Dopo tre ore di strada da Cusco, la strada smette di essere una strada. Svolti a sinistra e l’asfalto lascia spazio a pietre e polvere. Fango se piove, o se incontri i ruscelletti, che pure inframezzano il percorso con una certa frequenza.
Di notte, non si può che proseguire a venti chilometri all’ora, e lo vedi che fa fatica il camion 4x4 ad arrampicarsi. Willy, comunque, lo governa con maestria e affronta ogni tornante o strettoia con burrone annesso come fosse alla guida di una berlina. In un’autostrada deserta.
Willy sì che è un personaggio: ha un sorriso di quelli che si trasmettono con lo sguardo, e ha sempre qualcosa da raccontarti. Tranne quando si avvicina l’ora di pranzo, e il Pollo à la brasa ha la meglio.
Arriviamo nel villaggio di Quico che sono circa le undici di sera, le undici di sera più simili alle tre di notte che si siano mai viste. La notte l’avremmo trascorsa nei locali del Puesto de Salud, circa 200 metri quadri dipinti di bianco e azzurro e circondati da un cortile recintato. All’alba avremmo capito che quello era in realtà l’unico edificio recintato del villaggio, per il resto così permeabile nelle sue circa cento case con muri in pietra e tetti in lamiera, più raramente in paglia.
Quico si trova in una valle,
alle pendici del ghiacciaio Quico Cuchu, da cui nasce il fiume, Quico anch’esso, che taglia a metà il villaggetto. Il fiume è fondamentale, perché è lì che si vanno a lavare i panni, ed è sempre lì che si abbeverano gli alpaca che, in circa una trentina, abitano la zona.
Siamo a quattromila e rotti metri d’altitudine, il freddo di notte può essere pungente, e non cresce molto oltre alle patate, fondamentali per l’alimentazione, e una sorta di muschio infido, che alla vista sembra soffice e invitante, ma poi ti lascia quindici spine nella mano se provi anche solo a sfiorarlo.
Per agevolare le attività di scarico, Willy lancia il camion in una retromarcia da paura, la terra spezzata da un solco che se ci finisci dentro non ne esci più, e sono momenti di stanchezza e di tensione. La nostra, ovviamente, lui se la ride con una sigaretta appoggiata sull’orecchio sinistro e riesce agile nella manovra.
Iniziamo, così, a scaricare ventitré materassi, sacchi a pelo, casse piene di farmaci, un ecografo, balle di quelle che qui usano al mercato per contenere le patate però piene di coperte. Le coperte peruviane sono un mondo a parte, e per chi non è abituato o particolarmente gracile potrebbero assomigliare più a camicie di forza: te ne metti addosso tre o quattro per dormire, e stai veramente caldo. Solo che sei una mummia, non ti rivolti mica nel letto. E al mattino qualcuno deve darti una mano per liberartene.
A Quico si dorme una meraviglia, e la sveglia puntata alle sei del mattino seguente diventa, così, sei e trenta. Forse e quaranta. La prima attività della giornata è smontare tutto ciò che avevamo montato la sera precedente. Il Puesto de Salud, che di notte faceva da albergo, di giorno doveva diventare ospedale. E ogni piccolo spazio serviva, libero e igienizzato.
Montiamo tutto, all’esterno triage, fisioterapia e spirometria,
e poi rapida colazione con panini ripieni di avocado o formaggio. Se li mischi, ne esce un capolavoro, ma qui non lo fanno e non si capisce perché.
Nel mentre, dal lato opposto della strada, il villaggio ha ripreso a vivere. C’è la scuola, la secondaria, e ci sono i ragazzini che cantano e ballano per iniziare la giornata. Fanno anche l’alzabandiera e gridano viva il Perù.
Dal nostro lato della strada la gente inizia ad arrivare poco alla volta. Ti si piazzano davanti con gentilezza e dignità, e se non chiedono aiuto a parole, comunicano comunque una necessità facendo il primo passo. A Quico, come in molti altri villaggi altoandini, la gente spesso parla poco spagnolo: la lingua franca è il quechua, che è difficilissimo e non tutti di noi volontari e operatori lo parliamo.
Il mio ruolo è stare in farmacia, l’ultimo anello di una catena collaudatissima. I pazienti vengono ricevuti dalle ragazze e i ragazzi del triage, poi smistati nelle diverse specialità (in questa campaña avevamo addirittura la richiestissima odontologia, con una vera sedia da dentista che veniva dritta da Cusco) e infine arrivano in farmacia con una prescrizione.
I farmaci sono disposti a tetris in delle casse grandi di plastica, e quando li cerchi si smonta un po’ tutto. La gente aspetta con pazienza e ringrazia. E poi c’è la questione delle forbici. Qui in Perù non si vendono o distribuiscono confezioni di farmaci. La singola pastiglia o bustina conta, e così il dottore ti prescrive quattordici paracetamolo o tredici naproxeno, e io devo fare il contorsionista per tagliarle dai blister.
La giornata prosegue spedita,
con una serie di gesti che dopo un po’ diventano sempre più automatici. Comunque e sempre inframezzati da una serie di tazze di tè caldo, di metti e togli di giacche e cuffie in lana, e di sorrisi scambiati con perfetti sconosciuti. C’è un bambino di otto anni di una vitalità impressionante che mi colpisce, si chiama Fermin. Mi chiede di giocare a calcio e mi distrugge sei gol a zero. Poi mangiamo insieme uova sode e patate e gli spiego che è importante soffiarsi per bene il naso. Da bravo lo fa, e poi getta il fazzoletto per terra.
Sono successe molte altre cose in quel giorno. Alle 17.30 i bambini usciti da scuola hanno inondato il Centro de Salud per imparare come lavarsi adeguatamente i denti e come avere una dieta bilanciata. E, per dirci grazie, hanno ballato e cantato tantissimo. Alle 18.30 abbiamo rimosso i piselli dai baccelli, tagliato le patate a cubetti e cucinato lo stufato, che abbiamo mangiato alle 19.30. Alle 20 abbiamo ballato un po’ tutti insieme e poi siamo andati a letto.
Il giorno dopo è andato come il precedente, e poi abbiamo fatto gli scatoloni, rimesso la sedia da dentista e tutto il resto nel camion e ci siamo avviati per Cusco. Willy, con la luce del sole, riusciva a spingere il camion addirittura fino a venticinque, a volte trenta chilometri all’ora.
Questa è una campaña, queste sono le azioni che concretizzano l’obiettivo di democratizzare l’accesso a cure gratuite e di qualità. Questo è ciò che da più di vent’anni Apurimac ETS, da poco entrata a far parte di Terraperta ETS, cerca di fare ogni giorno, e soprattutto questa è davvero quella che si potrebbe dire una vittoria doppia. Innanzitutto per chi vede riconoscersi in maniera tangibile il proprio diritto fondamentale alla salute, e poi per chi dall’altra parte non sente stanchezza nel passare delle ore per quanta umanità sperimenta e vive.
In Etiopia, le stagioni delle piogge sono due: quella piccola, chiamata Belg, tra febbraio e maggio e la grande, denominata Meher, tra giugno e settembre. Le azioni – dalla preparazione e cura del terreno alla scelta delle sementi e semina – è importante che siano ben pianificate e preparate nei momenti giusti, per poter migliorare le possibilità di un raccolto abbondante e contrastare così l’insicurezza alimentare.
Con il progetto AGRI2gether – finanziato dalla Fondazione Prosolidar – negli ultimi mesi abbiamo proseguito le distribuzioni di kit agricoli composti ai 180 agricoltori con cui lavoriamo nel distretto diArsi. Per poter seguire al meglio i cicli agricoli e climatici della zona, tenuto conto dei momenti giusti della messa in semina nel terreno, le comunità sono state raggiunte in momenti diversi, in base alle esigenze particolari.
Dopo un primo giro di distribuzioni di strumenti per lavorare i campi e del kit per produrre vermicompost, gli agricoltori hanno in seguito ricevuto i semi in base alla stagione e iniziato a piantare. Con i fertilizzanti naturali, i risultati sono stati straordinari.
Per poter fertilizzare i campi, agli agricoltori è stato consegnato un quantitativo di partenza di 5 chili da lavorare, per incrementare il volume e raggiungere l’autonomia abbassando i costi di gestione. L’incredibile risultato di alcuni, tra cui Zenebech Tsegaye, ha permesso di moltiplicare il quantitativo iniziale e raggiungere 4 quintali. Da un piccolo investimento, accompagnato dalle giuste conoscenze, a una crescita esponenziale.
Zenebech vive nella Woreda Digelu. Ha 48 anni e vive inuna famiglia di 7 persone, di cui 5 donne. Ha perso il marito 10 anni fa, rimanendo da sola a gestire la responsabilità di crescere e sostenere i figli piccoli. Per molti anni l’agricoltura a fatica le ha permesso di sostenere la famiglia, il suo fabbisogno alimentare. Una difficoltà che ricadeva anche sulla possibilità di seguire l’educazione dei figli, sulla qualità della vita in generale.
Dopo la morte di mio marito, la vita è diventata molto difficile. Facevo fatica a nutrire i miei figli e a mantenerli a scuola. Nonostante lavorassi duramente nei campi, il raccolto non era mai sufficiente. La formazione e il supporto che ho ricevuto attraverso il progetto hanno cambiato la mia vita.
Zenebech
persona raggiunta dal progetto
Dopo aver partecipato ai corsi di formazione, alle sessioni sulle pratiche sostenibili e sulla preparazione del vermicompost, Zenebech ha potuto mettere in pratica le proprie conoscenze e competenze nella propria attività, creare i propri sistemi di produzione per l’autosufficienza e raggiungere 4 quintali di fertilizzante naturale. Non solo numeri, perché ora può vendere il frutto del suo lavoro ai contadini vicini: un modo sia per avere una fonte aggiuntiva di reddito familiare, che per promuovere in comunità pratiche agricole sostenibili.
L’impatto sulla sua produttività agricola è stato notevole. Prima di partecipare al progetto, Zenebech raccoglieva circa 12 quintali di grano da un quarto di ettaro di terreno. Dopo aver applicato il compost e le tecniche agricole migliorate apprese nel progetto, la produzione è salita a 18 quintali sulla stessa superficie.
Per la prima volta, penso non solo a nutrire la mia famiglia, ma anche a guadagnare un reddito extra vendendo vermicompost ad altri agricoltori. Le sementi di grano migliorate e il biofertilizzante forniti dal progetto mi hanno dato la speranza che il prossimo raccolto sarà ancora migliore. Sono grata per il supporto e orgogliosa dei progressi che ho fatto.
Zenebech
persona raggiunta dal progetto
Una storia di formazione mirata, accesso a tecnologie agricole e pratiche agricole sostenibili, e di quanto si possano trasformare le condizioni di vita delle famiglie rurali più vulnerabili. Per un futuro di speranza e dignità.
Il progetto Agri2gether è finanziato dalla Fondazione Prosolidar.
FONDAZIONE PROSOLIDAR ENTE FILANTROPICO ETS è un’organizzazione costituita nell’ambito del settore del credito per la realizzazione, in Italia ed all’estero, di progetti solidali e socialmente rilevanti, promuovendo la giustizia sociale, l’inclusione e lo sviluppo sostenibile. In essa sono presenti, in modo paritetico, tutte le Organizzazioni sindacali dei lavoratori del settore medesimo (tramite le proprie Segreterie Nazionali) nonché, per parte datoriale, l’Associazione Bancaria Italiana e tutte le imprese che aderiscono all’Associazione. È la prima e, allo stato, l’unica esperienza, anche a livello internazionale, di ente voluto dalle parti in un contratto collettivo nazionale di lavoro e finanziato attraverso il “match-gifting”, cioè la condivisione del contributo in misura uguale tra lavoratori ed imprese.