Due giorni a Quico: la campagna per il diritto alla salute in Perù

Il racconto degli interventi per il diritto alla salute a 4000 metri d'altezza in Perù, dal punto di vista di Francesco, volontario. Ci ha raccontato gli incontri, le scene di vita quotidiana di chi vede riconoscersi un diritto fondamentale: quello alla salute.
Terraperta · 8 Ottobre 2026

Dopo tre ore di strada da Cusco, la strada smette di essere una strada. Svolti a sinistra e l’asfalto lascia spazio a pietre e polvere. Fango se piove, o se incontri i ruscelletti, che pure inframezzano il percorso con una certa frequenza. 

Di notte, non si può che proseguire a venti chilometri all’ora, e lo vedi che fa fatica il camion 4x4 ad arrampicarsi. Willy, comunque, lo governa con maestria e affronta ogni tornante o strettoia con burrone annesso come fosse alla guida di una berlina. In un’autostrada deserta. 

Willy sì che è un personaggio: ha un sorriso di quelli che si trasmettono con lo sguardo, e ha sempre qualcosa da raccontarti. Tranne quando si avvicina l’ora di pranzo, e il Pollo à la brasa ha la meglio.

Arriviamo nel villaggio di Quico che sono circa le undici di sera, le undici di sera più simili alle tre di notte che si siano mai viste. La notte l’avremmo trascorsa nei locali del Puesto de Salud, circa 200 metri quadri dipinti di bianco e azzurro e circondati da un cortile recintato. All’alba avremmo capito che quello era in realtà l’unico edificio recintato del villaggio, per il resto così permeabile nelle sue circa cento case con muri in pietra e tetti in lamiera, più raramente in paglia. 

Quico si trova in una valle,

alle pendici del ghiacciaio Quico Cuchu, da cui nasce il fiume, Quico anch’esso, che taglia a metà il villaggetto. Il fiume è fondamentale, perché è lì che si vanno a lavare i panni, ed è sempre lì che si abbeverano gli alpaca che, in circa una trentina, abitano la zona. 

Siamo a quattromila e rotti metri d’altitudine, il freddo di notte può essere pungente, e non cresce molto oltre alle patate, fondamentali per l’alimentazione, e una sorta di muschio infido, che alla vista sembra soffice e invitante, ma poi ti lascia quindici spine nella mano se provi anche solo a sfiorarlo. 

Per agevolare le attività di scarico, Willy lancia il camion in una retromarcia da paura, la terra spezzata da un solco che se ci finisci dentro non ne esci più, e sono momenti di stanchezza e di tensione. La nostra, ovviamente, lui se la ride con una sigaretta appoggiata sull’orecchio sinistro e riesce agile nella manovra.

Iniziamo, così, a scaricare ventitré materassi, sacchi a pelo, casse piene di farmaci, un ecografo, balle di quelle che qui usano al mercato per contenere le patate però piene di coperte. Le coperte peruviane sono un mondo a parte, e per chi non è abituato o particolarmente gracile potrebbero assomigliare più a camicie di forza: te ne metti addosso tre o quattro per dormire, e stai veramente caldo. Solo che sei una mummia, non ti rivolti mica nel letto. E al mattino qualcuno deve darti una mano per liberartene. 

A Quico si dorme una meraviglia, e la sveglia puntata alle sei del mattino seguente diventa, così, sei e trenta. Forse e quaranta. La prima attività della giornata è smontare tutto ciò che avevamo montato la sera precedente. Il Puesto de Salud, che di notte faceva da albergo, di giorno doveva diventare ospedale. E ogni piccolo spazio serviva, libero e igienizzato. 

Montiamo tutto, all’esterno triage, fisioterapia e spirometria,

e poi rapida colazione con panini ripieni di avocado o formaggio. Se li mischi, ne esce un capolavoro, ma qui non lo fanno e non si capisce perché. 

Nel mentre, dal lato opposto della strada, il villaggio ha ripreso a vivere. C’è la scuola, la secondaria, e ci sono i ragazzini che cantano e ballano per iniziare la giornata. Fanno anche l’alzabandiera e gridano viva il Perù. 

Dal nostro lato della strada la gente inizia ad arrivare poco alla volta. Ti si piazzano davanti con gentilezza e dignità, e se non chiedono aiuto a parole, comunicano comunque una necessità facendo il primo passo. A Quico, come in molti altri villaggi altoandini, la gente spesso parla poco spagnolo: la lingua franca è il quechua, che è difficilissimo e non tutti di noi volontari e operatori lo parliamo. 

Il mio ruolo è stare in farmacia, l’ultimo anello di una catena collaudatissima. I pazienti vengono ricevuti dalle ragazze e i ragazzi del triage, poi smistati nelle diverse specialità (in questa campaña avevamo addirittura la richiestissima odontologia, con una vera sedia da dentista che veniva dritta da Cusco) e infine arrivano in farmacia con una prescrizione.

I farmaci sono disposti a tetris in delle casse grandi di plastica, e quando li cerchi si smonta un po’ tutto. La gente aspetta con pazienza e ringrazia. E poi c’è la questione delle forbici. Qui in Perù non si vendono o distribuiscono confezioni di farmaci. La singola pastiglia o bustina conta, e così il dottore ti prescrive quattordici paracetamolo o tredici naproxeno, e io devo fare il contorsionista per tagliarle dai blister. 

La giornata prosegue spedita,

con una serie di gesti che dopo un po’ diventano sempre più automatici. Comunque e sempre inframezzati da una serie di tazze di tè caldo, di metti e togli di giacche e cuffie in lana, e di sorrisi scambiati con perfetti sconosciuti. C’è un bambino di otto anni di una vitalità impressionante che mi colpisce, si chiama Fermin. Mi chiede di giocare a calcio e mi distrugge sei gol a zero. Poi mangiamo insieme uova sode e patate e gli spiego che è importante soffiarsi per bene il naso. Da bravo lo fa, e poi getta il fazzoletto per terra.

Sono successe molte altre cose in quel giorno. Alle 17.30 i bambini usciti da scuola hanno inondato il Centro de Salud per imparare come lavarsi adeguatamente i denti e come avere una dieta bilanciata. E, per dirci grazie, hanno ballato e cantato tantissimo. Alle 18.30 abbiamo rimosso i piselli dai baccelli, tagliato le patate a cubetti e cucinato lo stufato, che abbiamo mangiato alle 19.30. Alle 20 abbiamo ballato un po’ tutti insieme e poi siamo andati a letto. 

Il giorno dopo è andato come il precedente, e poi abbiamo fatto gli scatoloni, rimesso la sedia da dentista e tutto il resto nel camion e ci siamo avviati per Cusco. Willy, con la luce del sole, riusciva a spingere il camion addirittura fino a venticinque, a volte trenta chilometri all’ora.

Questa è una campaña, queste sono le azioni che concretizzano l’obiettivo di democratizzare l’accesso a cure gratuite e di qualità. Questo è ciò che da più di vent’anni Apurimac ETS, da poco entrata a far parte di Terraperta ETS, cerca di fare ogni giorno, e soprattutto questa è davvero quella che si potrebbe dire una vittoria doppia. Innanzitutto per chi vede riconoscersi in maniera tangibile il proprio diritto fondamentale alla salute, e poi per chi dall’altra parte non sente stanchezza nel passare delle ore per quanta umanità sperimenta e vive. 

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