
In Karamoja, Uganda, la terra si secca ogni anno un po' di più e il 70% delle famiglie non ha acqua potabile sicura. Come abbiamo raccontato alcune settimane fa, oltre 620.000 di persone vivono in grave insicurezza alimentare: per contrastare questa emergenza abbiamo iniziato a distribuire sementi a rapida maturazione e attivato un campagna di crowdfunding per intervenire nelle scuole con pannelli solari, alberi e formazioni in agricoltura.
Abbiamo chiesto a chi lavora con noi nel paese di raccontarci la sua esperienza in alcune domande. Le voci dal campo di Simon, Laura, Brenda, John e Francis testimoniano i punti di vista di chi, direttamente dal territorio, sa guardare oltre la fame.
Il senso del mio lavoro lo sento maggiormente quando sono sul campo e vedo le persone trasformare ciò su cui hanno lavorato insieme in qualcosa di reale: piantare le sementi, crescere i germogli, ripristinando il suolo o piantando gli alberi a scuola. Mi ricorda che il mio lavoro non è solo attività di report e monitoraggio: si tratta di aiutare le persone a costruire dei mezzi di sostentamento che siano sicuri e a prendersi cura dell'ambiente, di questa terra affaticata dalla siccità, che con la giusta pazienza e supporto possiamo rigenerare. Poter assistere a come con i loro sforzi le persone proseguano da sole e in autonomia è ciò che rende questo lavoro davvero significativo per me.


Ogni volta che visito le comunità e ho l’opportunità di entrare in una manyatta, durante un meeting, una formazione o un’attività con la comunità, c’è un’immagine che mi colpisce sempre: la presenza dei semi. Sorgo e miglio soprattutto, ma spesso anche mais, fagioli o arachidi, con i loro colori e le loro forme diverse. Mi colpisce il modo in cui vengono essiccati al sole, selezionati con cura e poi trasferiti dai teli ai contenitori e infine nei sistemi tradizionali di conservazione: semplici strutture di rami intrecciati, sollevate dal suolo e sostanzialmente esposte all’esterno.
A guardarli così, sembrano una cosa molto semplice. Ma quei semi sono il risultato del raccolto della stagione e rappresentano, per la famiglia e per l’intera comunità, una parte fondamentale della propria sicurezza alimentare. È forse questo contrasto tra la semplicità di quei piccoli depositi e l’importanza enorme di ciò che custodiscono che mi è rimasto più impresso.
Per me il sorgo, in quanto alimento di base del popolo Karamojong, rappresenta tutto questo. Un cibo profondamente connesso alla nostra vita qua nella regione e alla forza delle famiglie che dipendo dai raccolti di questo prodotto. Condividere un pasto che viene direttamente dal tuo proprio lavoro mi ricorda che l'agricoltura non è solo una questione di raccolti: è dare da mangiare alle famiglie, preservare le tradizioni, e dare alle persone speranza e dignità.


Mi ricordo di una donna, una madre, chiamata Aguma da un piccolo villaggio fuori Moroto, non scorderò mai il suo volto. Quando l'ho incontrata per la prima volta in piena siccità, il suo granaio era completamente vuoto e potevi vedere nei suoi occhi il costante peso della preoccupazione, il pensiero di non riuscire a ricavare una singola porzione di porridge per i suoi quattro figli.
Un anno dopo, aveva ricevuto i sementi di sorgo resistenti alla siccità e la formazione su come stoccare al meglio i raccolti. Quando l'ho rivista, il cambiamento non era solo nel silos, ma nella sua postura e nel tono di voce. Prima di andarmene, ha insistito a versarmi tra le mani, come dono prima della mia partenza, una manciata di cereali appena raccolti e tostati. Il suo fiero e orgoglioso sorriso con i prodotti in mano è indimenticabile.

Questa domanda mi fa pensare alle sfide, ai punti di forza e alle possibilità future del Karamoja. Se do alla terra una voce umana, mi immagino che potrebbe parlare direttamente al governo, a organizzazioni di sviluppo, ricercatori, investitori, comunità vicine e opinione pubblica.
Direbbe intanto: "Non definirmi solo da ciò che vedi in superficie". Non è solo siccità, povertà, bestiame, strade dissestate o insicurezza alimentare, ma è anche cultura, storie ricche, conoscenze tradizionali di allevamento e sistemi agricoli, risorse naturali. E che "Il mio popolo non è debole, è resiliente". Le persone qua hanno già conoscenze storiche, le tecnologie moderne possono rafforzarle senza creare uno sviluppo basato sulla dipendenza e la negazione del passato.
Direbbe quindi "Non guardarmi solo con pietà, non darmi aiuti a fondo perduto". Assistere nelle emergenze è importante quando le persone affrontano la fame o i disastri. Tuttavia, sul lungo periodo lo sviluppo richiede più aiuto dell'emergenza. Per questo la terra chiederebbe aiuto a costruire sistemi che continuino a funzionare dopo la fine di un progetto, chiederebbe di camminare insieme per essere indipendente: non vuole aiuti direttamente dall'esterno, ma lavoro tra partner di sviluppo insieme con le comunità, che sono al centro delle decisioni su quali siano i problemi più importanti, le tecnologie più appropriate, dove collocare le infrastrutture idriche, quali colture adatte e quali sistemi di allevamento rafforzare, o come proteggere le risorse naturali.